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L’Italienische Reise dell'archeologo delle parole PDF Stampa E-mail
Venerdì 15 Marzo 2013 13:52

 “ L’Italienische Reise” (Il viaggio in Italia) di “goetheana” memoria, rappresenta per il grande Gerhard Rohlfs, un viaggio non da semplice visitatore, né da classico turista, ma da profondo osservatore dell’Italia e in particolare della Calabria, sua Patria adottiva. Il suo “Reise”, fin dal 1921 (con una parentesi “preliminare” del 1914) nasce e si sviluppa in un’ottica di continua e faticosa ricerca del contatto immediato con la gente comune.

Per il metodo, il merito e i fini che il più grande Glottologo della storia, il Maestro per antonomasia, si è proposto, esso può essere considerato come uno “scavo”, uno scavo archeologico (tra l’altro, con una dimensione sovranazionale molto estesa: Germania, Francia, Spagna, Grecia, Albania, Romania, Italia, ecc.), in cui la Calabria gioca un ruolo di assoluto rilievo.

Infatti, parimenti all’archeologo che riporta alla luce i resti di città sepolte, “ l’Archeologo delle parole” di Tubinga, fa altrettanto con i “monumenti linguistici” di civiltà anche antichissime. I due tipi di scavo, quello archeologico e quello linguistico, si completano fra loro. Se l’archeologo usa il piccone, Rohlfs usa il “Reise”, interpretandolo a suo modo, cioè, “un viaggio nel centro della terra (linguistica) del luogo”, nel solco più profondo della storia linguistica del Paese, della regione, del territorio, della contrada…con l’effetto di ridisegnarne mirabilmente i tratti più salienti.

Per questa ragione egli è spesso entrato in polemica con i sostenitori della “teoria bizantinista” (in primis, Carlo Battisti - allievo di Vittore Pisani - e Oronzo Parlangeli, tra l’altro sottoscrittori, nel 1952, della “Tabula Gratulatoria” assieme ad altri 400 studiosi di fama internazionale, in riconoscimento della stima universale goduta dal grande “maestro venuto dal freddo”), ricordando loro che le investigazioni linguistiche si fanno “con i piedi” (e con lo zaino), viaggiando e rimanendo in costante contatto con la gente, e non “con la testa”, cioè, trasferendosi sul luogo di indagine solo mentalmente. (Per la cronaca, Battisti e i suoi proseliti, - siamo negli anni ’30 - furono spinti, soprattutto, da motivi di ordine patriottico-latino-romani, fortemente sollecitati in quella particolare fase storica del “Ventennio”).

È da precisare che formalmente, il concetto di “scavo linguistico”, analogo allo scavo archeologico, nacque in Calabria, nelle balze dell’Aspromonte greco, nell’autunno del 1923, dalla “bocca di quella gente pastorale”, il Maestro, sentì “echeggiare i suoni di un remotissimo passato magnogreco e percepì quella sensazione di immortalità dei suoni veicolati dai deperibili organi fonetici”.

Dei veri e propri “scavi linguistici”, insomma, scavi nel senso di “scasso“ profondo nel terreno della “miniera” linguistica - e quindi culturale - del posto; scavi che hanno reso immortale l’impareggiabile opera del “Mega Dendrò”, a cui tutti i territori da lui visitati e indagati (… 365 paesi nella sua adorata Calabria…), gli devono, come correttissimamente osservato da Giuliano Bonfante, “una Imperitura Gratitudine”.

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