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di Domenico Minuto   
Giovedì 10 Marzo 2016 16:54

Non è l’uomo che mi dà testimonianza. Nella mia parola è la vostra salvezza”: questa ammonizione dell’odierna antifona al Benedictus mi è giunta oggi, giovedì 10 marzo 2016, come un impressionante segnale di trascendenza.

Poco prima ero caduto nello sgomento, ascoltando dal giornale radio che l’Europa si sta sempre più efficacemente adoperando per “difendersi dall’invasione” dei profughi che per ora marciscono nelle sue periferie, prima di morire di stenti e di malattie. E sono passati pochi giorni da quando abbiamo calorosamente celebrato in Europa le vittime del nazismo. Quelle odierne saranno celebrate fra cento anni, ma allora, forse, regnerà una civiltà ben diversa, se potrà essere chiamata civiltà.

Per ora ci si interroga su come rendere più efficaci le barriere esterne di questo continente, affinché vengano tolte quelle che sono spuntate al suo interno, rischiando di turbare i valori in cui l’Europa dichiara di credere.

Nei giorni scorsi avevo vanamente creduto che ci si stesse adoperando alacremente per soccorrere e accogliere queste decine di migliaia di uomini che hanno affrontato una probabile morte per sfuggire a una morte già certa nella loro terra. Eppure l’Europa conserva una preminente connotazione cristiana; meno male che le teste che ci governano, rappresentandoci, hanno trascurato di riconoscerlo.

Affondo nel disonore, come tutti gli europei e, come tanti, mi sento in colpa se trascorro giornate serene mentre alla distanza di poche ore di volo si celebra il trionfo dell’inferno e della morte.

Mi pare che dobbiamo tutti insieme gridare, opporci, costringere la Comunità Europea a rinsavire e subito avverto la tragica vanità di questa esigenza. Come quella del giovane Leopardi: “Io sol combatterò, procomberò sol io”.

L’annunzio gioioso del papa all’Angelus di domenica scorsa dell’efficacia dei canali umanitari approntati da gruppi di cristiani uniti mi aveva suscitato emozioni di speranza; ma quel che essi riescono a fare è una goccia di fraganza in un mare di iniquità.

Papa Francesco mi sembra circondato da una ammirazione mondiale che tuttavia lo rinchiude, soddisfatta di se stessa. Infatti il mondo non sembra che venga convinto dalle sue sante parole a cambiare il pensiero che lo domina: quello orientale incrementa la crudeltà del fanatismo superstizioso, quello occidentale si distoglie da ogni fede e si crogiola in un diritto al cosiddetto benessere che ci ha fatto giungere alla produzione mercantile di esseri umani assemblati in laboratorio.

Spero almeno che le vittime dell’Europa comprendano di avere a che fare con un continente e mezzo (includo anche l’America settentrionale) di materialisti atei, non di cristiani. Altrimenti, se il dolore inferto loro dalle infelici Crociate dura da quasi un millennio, per quanti secoli i non cristiani rinfacceranno ai cristiani l’attuale insopportabile loro iniquità?

San Basilio il Grande, nel trentesimo capitolo del suo trattato sullo Spirito Santo, mostra sgomento di fronte alla terribile battaglia di tutti contro tutti nell’ambiente cristiano da lui conosciuto: oggi, in quello stesso ambiente, essere cristiani è motivo di disprezzo sociale e dichiararsi tali comporta un pericolo di morte.

Oggi la Chiesa d’Oriente che segue il calendario latino prega con il Grande Canone di sant’Andrea di Creta e deplora con esso i nostri peccati.

Ad esempio: “Come Davide sono caduto nella dissolutezza e mi sono coperto di fango: ma tu, Salvatore, lava anche me con le lacrime. Non ho né lacrime né pentimento né compunzione: tu stesso, o Salvatore, come Dio, donami tutto. Signore, Signore, non chiudermi in quel giorno la tua porta: ma aprila a colui che, pentito, a te si volge”. 

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Domenico Minuto

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